Sottoterra

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Fondazione Corriere della Sera
Страна Italy
Жанры True Crime
Язык IT
Эпизодов 3
Последний 26.05.2026

Gli anni della paura in Italia. Quasi trenta: dalla fine dei Sessanta alla fine di Novanta. La lunga stagione dei sequestri di persona a scopo di estorsione. In Lombardia ad aprire la strada sono i corleonesi, imitati da tutte le bande. I mafiosi però si ritirano presto dall’affare (per non inimicarsi gli imprenditori con i quali cominciano ad accordarsi) e lasciano campo libero alla ‘ndrangheta. Sono i criminali calabresi, allora, a fare dei rapimenti un’industria, sull’asse Settentrione-Aspromonte, drenando le risorse del boom economico, accumulando capitali illeciti, investendoli nuovamente nella droga, moltiplicandoli. Un assalto al Nord che terrorizza le famiglie più ricche ma spaventa anche la borghesia, perché la rete dei sequestratori ha maglie larghe (e i basisti non sempre sono accurati). Quasi 700 vittime, donne, uomini, ragazzini; di cui 81 mai tornati a casa. Un trauma privato e collettivo: dall’assassinio di Cristina Mazzotti nel 1975, all’infinito rapimento di Cesare Casella nel 1988-90, fino alla liberazione di Alessandra Sgarella nel 1998, questo podcast racconta attraverso le voci di testimoni e sopravvissuti, banditi, poliziotti e carabinieri, studiosi e magistrati.

Эпизоды

  • 3. E che cos'è uno yogurt? 02.06.2026 39мин
    Cesare Casella all’epoca ha 18 anni e vive a Pavia, “città di provincia dove ho ancora dei bellissimi ricordi”. La compagnia degli amici, il bar, le vacanze, i motorini truccati, 50 mila lire sempre in tasca ma in fondo una vita semplice, poco appariscente. La mamma casalinga, il papà titolare della concessionaria della Citroen. “Io non sapevo dell’Aspromonte, non sapevo della ‘ndrangheta, non avevo queste conoscenze, me le sono fatte, ahimè, quando poi sono rimasto prigioniero”. Dal 18 gennaio 1988 al 30 gennaio 1990, per 743 giorni, la stagione dei sequestri di persona lunghissimi, dalla Lombardia sulla montagna calabrese, in “tane”, le chiama così, che sono dei buchi scavati nella terra, un giaciglio fatto di assi di legno, una catena al collo, i topi. Un mondo sconosciuto in cui neanche la lingua gli pare la stessa. “I primi giorni mi chiedevano se volevo qualcosa da mangiare, ho detto 'magari dello yogurt' e questo mi fa 'E che cos'è lo yogurt?' E allora lì ho capito dove ero finito". Un altro pianeta.“Se me l'avessero detto prima 'guarda che adesso ti teniamo in un rifugio, in alta montagna in mezzo ai topi per due anni', avrei risposto 'No, impossibile'". Eppure in questa situazione estrema Cesare scopre di avere delle risorse, si dà una routine, cerca di muovere le gambe, di tenere pulita la buca, si lava i denti con il sapone per i piatti. Legge qualunque pezzo di carta a disposizione per impegnare la testa, giornali, riviste. E scopre così che non solo non è stato dimenticato, ma che sua mamma Angela - sarà ricordata come “madre coraggio” - è in Calabria per attirare l’attenzione e liberarlo.Per la prima volta in un podcast, dopo anni di silenzio, Cesare Casella - il più famoso dei rapiti in Italia - racconta la storia della sua prigionia. Che ha segnato una svolta per il Paese intero.
  • 2. Tutti si bagnavano il becco 26.05.2026 37мин
    Quasi tutti i criminali in circolazione negli anni Settanta si buttano nell’”affare” dei sequestri di persona, compresa la banda milanese della Comasina: lo racconta Tino Stefanini, uno dei vecchi sodali di Vallanzasca. Si parte da una soffiata, spiega, “veniva uno, ti diceva questo è pieno come un uovo e si può portare via”. I primi ad aprire la strada in Lombardia, però, a creare il “modello”, sono i mafiosi corleonesi, sequestrando a Vigevano nel 1972 l’imprenditore Pietro Torielli. Dopo il rilascio, l’indagine viene affidata all’allora giovane giudice istruttore Giuliano Turone – oggi in pensione, resta una colonna della magistratura italiana -, che assieme alla Guardia di Finanza segue la pista di una cascina nella Bergamasca e fa una doppia clamorosa scoperta: trova la prigione dell’ostaggio Luigi Rossi di Montelera (e lo libera). Quindi, attraverso l’etichetta di bottiglie rinvenute nel covo, risale a un appartamento di via Ripamonti a Milano, dove fa catturare niente meno che la “primula rossa” Luciano Liggio. Ma in breve tempo i siciliani si ritirano dal business, perché non vogliono inimicarsi gli imprenditori del Nord. E lasciano così campo libero ai calabresi. Lo spiega Alberto Nobili, che è stato un altro pilastro della Procura, campione dell’antimafia e testimone della stagione dei sequestri dall’inizio alla fine: “Dopo Cosa Nostra, la ‘ndrangheta ha fiutato l’importanza di questo business e ci si è buttata a capofitto”. Senza concorrenza. E’ dunque la ‘ndrangheta a fare di questo specifico crimine “un’industria”, che negli anni si consolida - come rivela il più famoso tra i pentiti calabresi, Saverio Morabito - arricchisce (illegalmente) famiglie e territorio (“Un po’ tutti si bagnavano il becco, detto in parole povere”). E crea il capitale di partenza per il narcotraffico
  • 1. La mia bambina sta bene? 19.05.2026 33мин
    La sera del 30 giugno 1975 un commando armato porta via una ragazzina, Cristina Mazzotti, 18 anni appena compiuti, mentre rientra con gli amici alla villa di Eupilio, Como. L’ex fidanzato Carlo Galli e l’amica del cuore Emanuela Luisariraccontano l’agguato. Ci sono stati altri rapimenti in Lombardia, ma questo è diverso, per la brutalità dell’azione, per le condizioni in cui è tenuta in ostaggio (una buca sottoterra e un tubo di 5 centimetri di diametro per respirare), per la fine che le faranno fare i carcerieri: dosi sconsiderate di calmante, altrettante di eccitante per svegliarla e farle scrivere lettere imploranti. L’allora avvocato della famiglia Enrica Domeneghetti racconta ricerche e trattative. Un sedicente marsigliese, con toni minacciosi (“gliela mando un pezzettino al giorno”) chiama da una cabina telefonica un padre distrutto, Elios Mazzotti (“voglio avere notizie certe della mia bambina”). La richiesta è di 5 miliardi di lire di riscatto. E’ una cifra fuori misura, che la famiglia - benestante ma non ricchissima - non ha a disposizione. Dopo un mese di maltrattamenti, Cristina viene spostata nell’appartamento di una complice, ma qui non dà più segni di vita e viene gettata dai rapitori nella discarica di Galliate, Novara, dove sarà ritrovata il primo settembre. “Qual è il prezzo che si paga per un delitto così efferato? – si chiede il fratello, Vittorio Mazzotti -Per aver ucciso una ragazzina di 18 anni innocente e per aver creato il dolore che è stato creato in quelli che sono rimasti”.Gli anni della paura cominciano da qui, dal 1975, quando i criminali calabresi mettono le basi per quella che sarà “l’industria dei sequestri”. Il 26 novembre di quello stesso anno viene rapita a Torino Carla Ovazza, consuocera di Gianni Agnelli: lo racconta il figlio, oggi economista, Giorgio Barba Navaretti.  
  • Trailer - Sottoterra 18.05.2026 1мин
    Gli anni della paura in Italia. Quasi trenta: dalla fine dei Sessanta alla fine di Novanta. La lunga stagione dei sequestri di persona a scopo di estorsione. In Lombardia ad aprire la strada sono i corleonesi, imitati da tutte le bande. I mafiosi però si ritirano presto dall’affare (per non inimicarsi gli imprenditori con i quali cominciano ad accordarsi) e lasciano campo libero alla ‘ndrangheta. Sono i criminali calabresi, allora, a fare dei rapimenti un’industria, sull’asse Settentrione-Aspromonte, drenando le risorse del boom economico, accumulando capitali illeciti, investendoli nuovamente nella droga, moltiplicandoli. Un assalto al Nord che terrorizza le famiglie più ricche ma spaventa anche la borghesia, perché la rete dei sequestratori ha maglie larghe (e i basisti non sempre sono accurati). Quasi 700 vittime, donne, uomini, ragazzini; di cui 81 mai tornati a casa. Un trauma privato e collettivo: dall’assassinio di Cristina Mazzotti nel 1975, all’infinito rapimento di Cesare Casella nel 1988-90, fino alla liberazione di Alessandra Sgarella nel 1998, questo podcast racconta attraverso le voci di testimoni e sopravvissuti, banditi, poliziotti e carabinieri, studiosi e magistrati, un capitolo rimosso della storia d’Italia. 

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