Rame

Rame

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Država Italija
Jezik IT-IT
Epizode 217
Zadnja 07.07.2026

Rame è una serie podcast che affronta il tabù dei soldi, nata all'interno di una piattaforma che mira a rivoluzionare la cultura finanziaria. Ogni settimana, Annalisa Monfreda dialoga con un ospite diverso, esplorando la sua storia economica. L'obiettivo è trasformare la finanza personale in un argomento di conversazioni audaci e liberatorie, rivelando chi siamo e ciò in cui crediamo.

Epizode

  • Episodio 142. I miei genitori hanno investito su di me. Ora devo farcela 07.07.2026 11min
    Irene ha 30 anni e vive a Firenze, dove suona e insegna violino. Cresce a Varese e fin da piccola sogna una casa più grande di quella in cui vive, ma quel desiderio non diventa mai una bussola per le sue scelte. A cinque anni inizia a suonare il violino, e per tutta l’adolescenza la musica resta una promessa intatta. È solo lasciando Varese, e trasformando quella passione in un percorso di studio e poi in una professione, che Irene si scontra con la vera vita del musicista.Quella vita, Irene la incontra a Firenze, dove si trasferisce per studiare violino alla Scuola di Musica di Fiesole. Oggi in quella scuola insegna con un contratto a tempo indeterminato. A essere stabile, però, è solo il contratto. Il compenso orario si aggira intorno ai 20 euro lordi; il resto arriva dalle orchestre, con contratti di prestazione occasionale e pagamenti che possono richiedere mesi. «Sto ancora aspettando i soldi di concerti fatti a novembre del 2025». Sommando insegnamento e concerti, Irene arriva a guadagnare tra i mille e i milleduecento euro al mese: una cifra che non le garantisce ancora una piena autonomia, ma che non si allontana troppo dalla norma di un settore in cui, secondo l’Inps, nel 2023 il reddito medio annuo dei musicisti era di circa 7.215 euro, poco più di 600 euro al mese. Così, l’indipendenza che a vent’anni sembrava il traguardo, a trenta è ancora un punto all’orizzonte.A complicare le cose c'è il fatto che la sua professione continua a chiedere investimenti anche dopo gli studi. Corsi di perfezionamento, insegnanti, preparazione fisica e fisioterapia restano quasi sempre a carico dei musicisti. E quando un’infiammazione o un dolore costringono a rinunciare a un concerto, salta anche il compenso.Per arrivare fin qui, i genitori di Irene hanno investito nella sua formazione e, quando è arrivato il momento, le hanno comprato anche un violino professionale da diecimila euro. Non le chiederebbero mai di restituire quei soldi. Eppure Irene sente che quell’investimento debba produrre qualcosa: non necessariamente un guadagno, ma almeno la prova che la strada scelta può darle una vita serena e una sicurezza economica. «Hanno fatto questo investimento, e in qualche modo deve dare dei frutti».
  • Money Clinic 14. Come gestire i soldi quando arriva un'eredità improvvisa 03.07.2026 11min
    A volte i soldi arrivano quando non li stavamo aspettando. E quasi mai arrivano da soli: con un’eredità può arrivare un lutto, una casa da svuotare, ricordi da mettere in ordine, ma anche una domanda molto concreta. Che cosa ne faccio?Li lascio fermi sul conto? Li spendo? Li investo? Li uso per comprare una casa, integrare un reddito instabile, proteggermi dagli imprevisti?Monica ha 57 anni, lavora da trent’anni come giornalista freelance e divide la sua vita tra Italia e Spagna. È cresciuta in una famiglia che, quando lei era adolescente, ha attraversato un grave tracollo finanziario. Da allora ha imparato a cavarsela da sola, a vivere con poco e a gestire il denaro più con l’intuito che con i numeri.Negli anni ha affrontato affitti che assorbivano quasi tutto il suo reddito, cambiamenti professionali, una separazione e una scelta che lei stessa definisce incosciente: comprare una piccola casa a Valencia. Oggi quell’immobile le garantisce una rendita, ma la sua situazione resta quella di molte lavoratrici autonome: entrate variabili, contributi non sempre continui e una pensione futura che rischia di essere minima.Poi, pochi mesi fa, è arrivata una piccola eredità dal padre. Monica sa che vorrebbe investirla, ma non sa ancora da dove cominciare.Perché un’eredità può essere molto più di una somma di denaro. Può essere l’occasione per passare dalla sopravvivenza alla pianificazione: distinguere ciò che serve tenere disponibile per gli imprevisti da ciò che può lavorare nel tempo, chiarire i propri obiettivi, valutare il rischio e costruire una maggiore protezione per il futuro.Ad aiutarla a orientarsi tra investimenti, immobili, tutela della casa e protezione della salute c’è Antonia Pangallo, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Messina Nord.Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più sostenibili.
  • Episodio 141. Pensavo di essere libera. Invece ero una finta partita Iva 01.07.2026 12min
    Martina ha 35 anni, vive a Verona e lavora nella comunicazione digitale come libera professionista. È cresciuta in una famiglia agiata, con un padre imprenditore edile che si era costruito da sé la propria impresa, partendo dalla Val di Fiemme. È lui il modello che la spinge, fin da ragazza, a non fermarsi al posto fisso: «Il posto da dipendente l'ho sempre allontanato il più possibile, perché l'ho sempre visto come una gabbia troppo stretta». Così, dopo la laurea e una serie di stage non pagati, apre la partita Iva.Per dieci anni la vive con leggerezza, e con metodo: accantona il 30% di ogni fattura su un conto deposito, affronta le tasse senza pensieri, accantona da sola perfino un piccolo Tfr. Ma c'è una contraddizione alla base. I clienti di Martina sono agenzie, che la ingaggiano in rapporti continuativi e a tempo pieno. La sua condizione diventa difficile persino da nominare: «Io sono una dipendente partita Iva». A questi incarichi fissi, se ne aggiungono altri, che le girano colleghi e freelance veri, e che lei porta avanti la sera.A dicembre 2022 nasce suo figlio. Con un neonato in casa, i lavoretti serali spariscono, e quello che sembrava un extra si rileva essere l'ingranaggio che tiene in piedi tutto. «Mi sono resa conto che la mia attività infrasettimanale non bastava a mantenermi. Erano quei lavoretti serali, in realtà, a darmi l'elasticità e un maggior agio economico».In questo cambio di vita, la partita Iva inizia a mostrare l'altra faccia. Quella fatta di tutto ciò che non offre. «Anche se i miei 1.800 euro netti possono assomigliare allo stipendio di un dipendente, mi mancano tutta una serie di sicurezze: la malattia, le ferie, il TFR. Sono tutte cose a cui io non ho accesso». Quando prova a immaginare il suo futuro, davanti a sé vede una strada che fino a poco tempo fa avrebbe escluso senza pensarci: rimettersi volontariamente nella gabbia che ha sempre evitato, quella del posto fisso. Ma stavolta come un mezzo per arrivare altrove. «Non è una modalità che sento mia, ma potrebbe darmi più serenità, e magari consentirmi di fare quel salto che mi serve per aprire una mia attività».
  • Money Clinic 13. Come gestire i soldi quando vuoi lasciare il posto fisso 26.06.2026 11min
    Cambiare lavoro non basta sempre. A volte cambi azienda, cambi ruolo, cambi città. Ma la fatica resta. E allora arriva una domanda più grande: e se il cambiamento di cui ho bisogno fosse reinventare completamente il mio lavoro?Francesca ha 39 anni, vive in provincia di Bologna, due figli e un mutuo sulle spalle. Dopo un burnout, tre cambi di azienda e la sensazione che il problema non potesse più essere risolto semplicemente cambiando scrivania, ha iniziato a immaginarsi libera professionista.Ha già studiato un business plan, iniziato a testare alcune consulenze e aperto un file Excel per guardare finalmente entrate e uscite. Per la prima volta è riuscita a mettere da parte 1.500 euro. Un traguardo importante, ma non ancora sufficiente per affrontare con serenità un reddito variabile.Perché mettersi in proprio non significa solo avere un’idea o il coraggio di lasciare il posto fisso. Significa capire quanto costa la propria vita, quali spese sono davvero indispensabili, quanto bisogna fatturare per sostenerle, quanta liquidità serve prima di partire. E iniziare a considerare anche ciò che prima veniva dato per scontato: ferie, malattia, strumenti di lavoro, formazione, previdenza.Ad aiutarla a mettere ordine tra dubbi, numeri e prospettive c’è Irene Viggiani, consulente di Alleanza Assicurazioni dell’Agenzia di Torino Regio Parco.Questa è Money Clinic, il podcast di Rame in collaborazione con Alleanza Assicurazioni: storie vere di grandi cambiamenti, e le domande economiche che possono renderli più possibili.
  • Episodio 140. Saper gestire il denaro, mi permette di restare nel luogo che amo pur guadagnando poco 24.06.2026 13min
    Paola ha 43 anni, è una language coach e da nove anni vive a Barcellona. È cresciuta a Milano, in una famiglia in cui il rapporto con i soldi non è mai stato fonte d'ansia. A diciassette anni il padre le insegna che davanti a un lavoro che è pagato sempre meno non si è impotenti. «Mi diceva che investire è una cosa che si può studiare, una skill che si può apprendere». Quei discorsi diventano utili prima di quanto chiunque avrebbe voluto. Il padre muore quando Paola ha ventitré anni e lei e la madre ereditano quello che lui aveva messo da parte. Il fatto che non le avesse mai tenute all'oscuro, a quel punto, fa tutta la differenza.Paola si laurea in Mediazione Linguistica e scopre che in Italia, il lavoro per cui si è formata non ha mercato e ci si aspetta che lo facciano i volontari. Così emigra: Istanbul, Vienna, il Sud America, Bangkok e infine Barcellona. Ed è fuori dall'Italia che impara quanto vale ciò che sa fare. «Andare a Istanbul mi ha insegnato che, a seconda di dove vai, le tue competenze valgono di più o di meno. Quello per cui a Milano mi davano 15 euro l'ora, a Istanbul me ne faceva guadagnare 50».Ogni salto, però, lo prepara con prudenza: prima un cuscinetto da parte, e poi il rischio. È questa gestione attenta a permetterle la scelta più controintuitiva di tutte: restare in una città, Barcellona, che ama ma che la paga poco, e costruirsi lì un lavoro tutto suo, da language coach online. «Paradossalmente molte persone diventano nomadi digitali per poter andare dove vogliono; io sono diventata nomade digitale per poter rimanere». Lo stesso principio governa anche la decisione più intima, quella della casa, che compra con il compagno solo a condizione di restarne la socia di maggioranza: «Se dovesse succedere qualcosa io sono in sicurezza».
  • Episodio 139. Guadagnavo, ma non pensavo di meritarmelo 16.06.2026 12min
    Lucia ha 41 anni, vive a Milano da sedici ma è cresciuta a Taurianova, in Calabria. La sua famiglia gestiva una pasticceria. Il denaro in casa non è mai mancato del tutto, ma era sempre contato. «Mio padre non dormiva la notte per capire come pagare i fornitori, le banche, la spesa. Abbiamo passato tre anni senza riscaldamento». Lucia cresce così, dentro una grammatica economica fatta di sacrificio, rinuncia e attesa.Quel tempo migliore, Lucia prova a cercarlo altrove. Studia Scienze politiche e sociali a Cosenza, conosce l’uomo che diventerà suo marito e poi lo raggiunge a Milano. A 25 anni trova lavoro in una società di recupero crediti, con uno stipendio di 1500 euro, «che allora per me erano una camionata di soldi». Quattro anni dopo entra in banca: «Venire a Milano da giù, lavorare in banca, e per giunta in sede, non in filiale, significava avere una vita da copertina, da star». Fuori, Lucia è quella che ce l’ha fatta. Dentro, però, inizia a farsi spazio un senso di colpa difficile da nominare: «Ricevere una busta paga con dei soldi mi faceva sentire in colpa. Pensavo a quanto mio padre aveva dovuto faticare per averli».Quel senso di colpa si trasforma presto in una difficoltà a riconoscere il proprio valore. «Ho sempre vissuto quello che arrivava non come meritato, ma perché capitava. E quindi non sono stata mai brava a trattare aumenti di stipendio». Quando diventa madre per la seconda volta, la svalutazione del suo lavoro diventa una profezia autoavverantesi. «Ho avuto un anno tremendo, perché la bambina era sempre malata. Non avendo nessuno a cui lasciarla, ero molto spesso a casa. E questo significava sentirsi non presente al lavoro e non presente a casa». Lucia si sente messa da parte, ma riconosce di essersi messa da parte anche da sola: «Sapevo di non poter dare quello che davo prima, così mi sono un po’ autoesclusa. Ho lasciato ampio margine a chi non aspettava altro». Finché il suo capo pronuncia una frase che la colpisce come una pugnalata: «Non sei più la Lucia di un tempo». Come se diventare madre avesse cancellato la lavoratrice che era stata prima.Oggi Lucia sa che dietro quella fatica c’è un meccanismo sociale più grande, ma anche una storia personale fatta di senso di colpa verso il guadagno, e procrastinazione del godimento. Grazie a una terapia psicologica, ha imparato a guardare il proprio tempo in modo diverso e a riconoscere che molte delle sue scelte sono ancora abitate da quel “prima o poi” imparato in famiglia. Suo marito vorrebbe tornare al Sud, verso una vita più vivibile e più vicina ai genitori che invecchiano. Lucia non dice di no, ma sa cosa la blocca: «È il procrastinare. Il dire: prima o poi ci sarà il tempo per farlo. Ma quel prima o poi sei tu a decidere quando sarà. Non sarà un altro a venirti a dire: ora è il momento giusto».
  • Episodio 138. Vivo con 23 mila euro l’anno. Sono la rendita dei miei investimenti 09.06.2026 13min
    Francesca ha 53 anni, vive a Senigallia e per quasi tutta la vita ha fatto l'insegnante. Oggi non lavora più: si è licenziata e vive con 23.000 euro l'anno, frutto dei suoi investimenti. Il suo rapporto con il denaro nasce da bambina, quando suo padre, impiegato di banca a Ravenna, le regala uno dei primi bancomat per bambini. «Da quel momento ho imparato a gestire i soldi: sapevo quanto potevo spendere in una settimana, e in che cosa». Cresce così tenendo la contabilità di ogni spesa e mette da parte tutto con una direzione sola: i viaggi, l'unica voce davvero preponderante nel suo bilancio.Diventa insegnante, compra casa, e poi si trasferisce in un casolare nelle Marche con il compagno, per inseguire il sogno di una vita in collina. Ma per dieci anni a lavorare è solo lei, mentre lui si licenzia per scrivere. «L'orto lo curavo io, della casa mi occupavo io, guadagnavo io. Lo squilibrio economico ha fatto saltare il piatto». Dopo la separazione conosce quello che è oggi il suo compagno, un ingegnere che da anni vive dei propri investimenti, e che le insegna la cosa che le mancava: smettere di affidare i risparmi alla banca. «Io non faccio trading, sono più una cassettista: compro titoli e li tengo lì, per far lavorare l'interesse composto». Comincia così a investire da sola e a ricalibrare ogni voce delle sue spese. Vende la casa in collina, si trasferisce a Senigallia, prova un anno sabbatico senza stipendio per capire come si vive senza un'entrata fissa. E quando capisce che regge, nel 2024 si licenzia. Oggi dei 23.000 euro annuali di cui ha bisogno per vivere, 9mila euro sono spesi in viaggi, e una parte finisce nel risparmio già a inizio mese, prima ancora di spendere il resto. «Io voglio godermi la vita adesso. Ho 24 anni in meno dei miei genitori: quando me la godo, a ottant'anni?».
  • Episodio 137. Guadagno seimila euro al mese e questo condiziona tutte le mie relazioni 02.06.2026 13min
    Sofia ha cinquant'anni, vive in provincia di Como e ogni mattina attraversa la frontiera per andare a lavorare in Svizzera. Per capire la sua storia, bisogna partire da molto più indietro - da una famiglia in cui i soldi non c'erano.Sofia nasce da due genitori appena diciottenni. I soldi sono pochi, le tensioni molte, e quando i suoi si separano lei frequenta il liceo classico di Como in mezzo a figli di medici e avvocati. È lì che la mancanza di denaro diventa una sofferenza vera. «Le mie compagne avevano le Superga del colore della maglietta. Io avevo i vestiti dei sacchi. Ho fatto il primo anno di superiori con il Montgomery che mi era stato comprato e quando ero in classe non l'ho mai tolto». È in quegli anni che si forma la convinzione che ancora oggi guida Sofia: i soldi danno libertà, e quella libertà bisogna guadagnarsela da soli. Sua madre trova un lavoro come bibliotecaria e non vacilla: i suoi figli faranno l'università. Sofia ottiene la borsa di studio massima, si laurea in Scienze dell'Educazione alla Cattolica, poi si iscrive a un master a Venezia in Integrazione degli stranieri. Per fare lo stage obbligatorio, nessuno in Italia risponde. Così prova a telefonare in Svizzera e trova subito lavoro in un centro, dove lavora ancora adesso. Oggi Sofia dirige venticinque persone e guadagna seimila euro al mese. È una posizione che gestisce con una discrezione quasi assoluta: quasi nessuno sa quanto guadagna. E quando la differenza con gli altri emerge, cerca di stemperarla. Ma dentro la famiglia il meccanismo si complica: paga sempre lei le pizze, fa sempre i regali più grandi, e sente che qualcosa nelle relazioni, piano piano, viene falsato. «Se guadagni tre volte quello che guadagna la persona con cui mangi la pizza, è anche normale che a un certo punto paghi e basta. Ma poi le relazioni vengono condizionate da questo, perché si insinua quel tarlo secondo cui sono sempre io quella che paga».Il privilegio di cui sa di godere, Sofia cerca di farlo ricadere indirettamente anche sul resto della società. «Di mestiere lotto contro l'ingiustizia sociale tutto il giorno. E cerco anche di fare in modo che la qualità della vita delle persone che mi sono più vicine sia migliore grazie al mio lavoro».
  • Episodio 136. Mrs. Veggy: «Per anni ho risparmiato su tutto, anche su di me» 27.05.2026 15min
    Clarissa, conosciuta sui social come Mrs. Veggy, ha trentadue anni, vive ad Arona ed è una delle voci più seguite della cucina vegetale in Italia. Cresce a Stresa, dentro un ristorante di famiglia dove di soldi non si parla mai apertamente, ma il messaggio è chiaro: chi guadagna di più, vale di più. Da bambina interiorizza quell’equazione e si dà un obiettivo netto: «Ho sempre desiderato diventare ricca».A quindici anni inizia a lavorare nei weekend nel ristorante, come le sue cugine. Quei soldi le danno indipendenza e alimentano l’idea che la sicurezza passi dall’accumulare e dal concedersi il meno possibile. Dopo la laurea, quando si trasferisce ad Arona per fare la graphic designer freelance, rompe per la prima volta quel modello: mentre in famiglia anche chi ha un altro lavoro continua a fare i weekend al ristorante, lavorando di fatto sette giorni su sette, Clarissa decide di non tornare. Per i suoi non è concepibile che preferisca il tempo libero a qualche soldo in più.Ma la vita da freelance è più faticosa del previsto. Per anni guadagna poco e quel poco la misura: si sente inadatta, non abbastanza adulta, non abbastanza utile nella coppia. L’ansia di diventare ricca si trasforma così in ansia del consumare: spendere il meno possibile, concedersi il meno possibile, risparmiare come forma di controllo.Poi arriva il 2020. Nel pieno della pandemia apre un profilo Instagram di ricette vegetali. Nel 2022 firma con un’agenzia ed è la svolta: per la prima volta guadagna abbastanza, anzi di più, e nella coppia i ruoli economici si invertono. Ma diventare un personaggio pubblico porta con sé una nuova paura: non essere all’altezza. Una crisi profonda la porta in terapia, dove inizia a guardare anche il suo rapporto con i soldi.Oggi Clarissa ha riempito di un altro significato l’idea di ricchezza che la guidava a quindici anni. I soldi non sono più un valore universale, ma uno strumento per stare meglio. Il simbolo è un cappuccino al bar, più volte a settimana: una piccola spesa che prima le sarebbe sembrata impensabile, e che adesso riconosce come un investimento in sé stessa.
  • Episodio 135. Ho guadagnato meno, ma ho iniziato a sentirmi libera 19.05.2026 12min
    Giorgia ha 34 anni, vive a Genova e insegna in un istituto professionale di periferia. È cresciuta in una famiglia di ceto medio e fin da bambina ha interiorizzato un’idea molto precisa: non dover dipendere economicamente da nessuno. Quando i suoi genitori si separano, lei vede da vicino cosa significa dipendere dagli aiuti familiari e costruisce, quasi senza accorgersene, un obiettivo identitario. «Non ho mai visualizzato cosa sarei stata da grande, ma sicuramente il come: una persona indipendente anche dal punto di vista finanziario».Quella convinzione accompagna tutte le sue scelte. Giorgia studia Scienze dei Materiali, si trasferisce a Milano per la magistrale, lavora durante l’università per contribuire all’affitto e, una volta laureata, trova subito impiego in una multinazionale. Ha uno stipendio buono, benefit aziendali, prospettive di crescita e un contratto stabile. «Mi hanno valorizzato sia dal punto di vista economico che professionale».Poi arriva il Covid, una gravidanza complicata e, insieme al lavoro da remoto, il ritorno a una vita che le manca: Genova, il compagno, la famiglia, gli amici. In quel momento riceve un’offerta per una supplenza come insegnante, un lavoro che aveva sempre desiderato fare. La scelta è improvvisa: quarantotto ore per licenziarsi e cambiare completamente vita. E Giorgia lo fa, lasciando alle spalle possibilità di carriera, aumenti di stipendio, assistenza sanitaria integrativa e un fondo pensione aziendale.«Per mantenere comunque la mia indipendenza economica sarei stata disposta anche a fare un lavoro meno remunerativo, meno valorizzato, proprio perché nell'infanzia e nell'adolescenza ho costruito questa idea di me molto indipendente dal punto di vista finanziario».Oggi Giorgia guadagna meno di prima, ma sente di aver costruito una vita più vicina a sé. E la stabilità economica che ha conquistato negli anni è diventata qualcosa di diverso da un semplice obiettivo: uno strumento per scegliere come vivere il proprio tempo, dove stare e a cosa dedicarsi. Anche gratuitamente. Perché oltre a insegnare, Giorgia è consigliera municipale e segretaria di partito a Genova. E proprio lì, nella possibilità di esserci anche dove il denaro non è il punto, per lei si misura il significato più profondo dell’indipendenza economica.
  • Episodio 134. Mi hanno insegnato che il lavoro non si lascia. Anche se non ti piace 12.05.2026 11min
    Martina ha trent'anni, è cresciuta in Calabria ed è figlia unica di due impiegati statali che le hanno insegnato che «il lavoro è importante, soprattutto perché tante persone attorno a te non ne hanno uno. Perciò, se ce l'hai stabile, te lo tieni. Anche se non ti piace». Quel mandato Martina lo onora alla lettera. Si laurea in tempi rapidi all'Università della Calabria, si trasferisce a Milano per la magistrale in Bocconi e, una volta finiti gli studi, trova subito un impiego in una grande azienda, in ambito dati, con un contratto a tempo indeterminato. In cinque anni cambia tre lavori, sempre con stipendi crescenti. Oggi guadagna 42mila euro lordi all'anno, ha risparmiato, ha investito, ha imparato a negoziare. È, in tutto e per tutto, una persona che ha raggiunto la stabilità.Eppure, da qualche mese, qualcosa si è messo in movimento. Sono i progetti che fa fuori dal lavoro a riaccenderla in un modo che il contratto a tempo indeterminato non le restituisce. Per la prima volta, Martina si chiede se la strada percorsa la rappresenti ancora. «Da un punto di vista razionale, se mettiamo a tavolino i miei Excel e le mie stime, potrei decidere di sondare altri terreni e avere un paracadute. Ma il mio punto di vista emotivo non me lo permette. Distaccarmi da questa concezione, per quanto razionalmente abbia tutte le carte per farlo, è difficile».È quello che oggi si chiama job hugging - l'abbraccio al proprio lavoro anche quando non lo si ama più - e che secondo Glassdoor riguarda il 93% dei lavoratori. La paralisi di Martina, però, non è quella di chi non vede alternative: è quella di chi le vede tutte, le ha calcolate, e non riesce comunque a sceglierne una, perché le è difficile discostarsi da ciò che le è stato insegnato. «Non è tanto la RAL, la quantità di soldi in sé, quanto la stabilità che il lavoro a tempo indeterminato in un'azienda grande ti dà». Lo stipendio che permette a Martina di sentirsi tranquilla è anche quello che le impone di restare in una città che, per come è strutturata oggi, le chiede tutto quello che guadagna. E forse è anche per questo che, quando le si chiede dove si vede tra cinque anni, l'unica risposta possibile è una che fino a poco tempo fa avrebbe escluso: «Forse mi vedo in Calabria, di nuovo. Non l'avrei mai detto, però in realtà poi si cambia».
  • Episodio 133. Quei 50mila euro ricevuti per la morte di mio padre, che non ho toccato per 30 anni 05.05.2026 16min
    Claudia ha 46 anni, è originaria di Verona e vive a Lugano dal 2012, dove è responsabile eventi di un importante centro culturale. Ci è arrivata dopo aver provato per anni a costruirsi una carriera in Italia, senza riuscirci. Trent'anni prima, suo padre aveva fatto lo stesso identico gesto, lasciando la Sicilia per il Veneto con un concorso pubblico vinto e la stessa rabbia di chi va via dalla propria terra perché non gli dà quello che cerca.Quando i suoi genitori si separano, Claudia ha 4 anni. La madre, che aveva smesso di lavorare alla sua nascita, ha solo una baby pensione e un appartamento sul lago ereditato dalla nonna. È poco, ma basta a non dipendere completamente dal marito. «Penso che quella sia stata la molla che mi ha fatto scattare la necessità di non dipendere da un uomo».Quando Claudia ha 15 anni, suo padre muore per un infarto che il pronto soccorso non aveva riconosciuto. A diciotto, lei e sua sorella si ritrovano con più di cinquantamila euro sul conto: il risarcimento della causa vinta contro l'ospedale e una polizza vita che il padre, previdente, aveva stipulato per loro. Nessuno insegna a Claudia come usarli, ma lei decide subito di vincolarli: saranno il salvagente per le emergenze, non il "bancomat" per tirare avanti.Intanto si iscrive a Scienze della Comunicazione a Trieste, perché sogna di fare la giornalista. Si laurea, si specializza con un master in giornalismo ambientale a Roma, vince una borsa all'Ansa di Londra. Ma il mondo della comunicazione, in Italia, le restituisce solo stage non pagati, contratti precari, stipendi da fame, e quella sensazione costante di non riuscire ad arrivare da nessuna parte. «Non sono stata capace di trovare un lavoro dignitoso. Mandavo in media dieci curriculum a settimana, ma niente. A un certo punto ho dovuto arrendermi e andare via».A Lugano raggiunge il compagno e ricomincia da zero. Tre anni dopo vince il concorso per il centro culturale dove lavora ancora oggi. Ha due figli, un marito che ha scelto di fare un passo indietro nel proprio lavoro per sostenere il suo, e una vita costruita sul sacrificio. I cinquantamila euro lasciati dal padre sono ancora intatti su un conto vincolato, e Claudia spera di poterli lasciare a sua volta ai figli. Per loro, però, immagina un futuro ancora più a nord: sta studiando tedesco per aiutarli ad andare nella Svizzera interna, dove gli stipendi sono il doppio. «Ma se poi mi diranno che vogliono tornare in Italia, dove vedo e sento che hanno un grande legame, sarò comunque felicissima per loro».
  • Episodio 132. L’anno scorso ho fatturato solo 3.540 euro. In quella cifra c'è una diagnosi arrivata dopo trent’anni 28.04.2026 18min
    Silvia ha 43 anni, vive a Udine e lavora come editor e correttrice di bozze freelance. È cresciuta in una famiglia in cui il risparmio era una virtù assoluta, quasi un’ossessione: chiedere era un problema, desiderare un lusso. Da bambina rinuncia a ciò che le piace — dal basket alle gite — interiorizzando presto l’idea di non avere diritto a occupare spazio, nemmeno economico.C’è però un’altra dimensione che attraversa tutta la sua vita e che Silvia scoprirà solo a 42 anni: è neurodivergente. Per trent’anni compensa. Studia gli altri, imita comportamenti, costruisce una maschera per funzionare in un mondo che le chiede di essere “come tutti”. Questa fatica invisibile si riflette anche nel lavoro: entra nell’editoria, ma resta ai margini; prova la stabilità, ma ne viene schiacciata; sceglie la libera professione, ma si scontra con un nodo profondo — l’impossibilità di attribuire valore economico a ciò che fa.Quando apre la partita Iva, la libertà che cerca si intreccia con una fragilità antica: «Non riesco a chiedere soldi». Nel 2025 fattura 3.540 euro. Una cifra che racconta insieme tre cose: un settore povero, una difficoltà personale a negoziare, e il costo - economico, prima ancora che psicologico - di una diagnosi arrivata troppo tardi.Il crollo arriva nel 2025, seguito da una diagnosi: autismo, ADHD, depressione. Non è una soluzione, ma un linguaggio nuovo per rileggere tutto: i lavori che non reggeva, gli ambienti che la saturavano, la fatica di esistere dentro strutture pensate per altri. Oggi Silvia si prepara a chiedere il riconoscimento dell’invalidità. L'obiettivo non è una pensione, ma le liste speciali per lavorare da casa, part time. Eppure il suo QI è di 128, superiore a quello di 97 persone su 100. «Però mi devo presentare come invalida, perché la società per come è strutturata mi chiede di fare delle cose che io non riesco a fare».L’indipendenza economica, che per anni ha inseguito, resta fragile: senza il supporto del compagno o della famiglia, dice, «sarei sotto un ponte». E così la sua storia diventa anche una domanda collettiva: cosa succede a chi può lavorare, ma solo a certe condizioni? E cosa succede quando quelle condizioni non esistono?Questa puntata è offerta da Bravo, una società che aiuta le persone a gestire e risolvere i propri debiti in modo sostenibile, attraverso un percorso costruito sulle proprie reali capacità economiche e sulla propria situazione finanziaria. 
  • Episodio 131. Quando ho capito che avrei dovuto monetizzare i miei figli, ho abbandonato il lavoro di creator 22.04.2026 18min
    Veronica ha 53 anni, vive a Milano e oggi insegna italiano agli stranieri. Ma prima di arrivare qui ha fatto molte vite. Figlia di «due poveri ma belli» - una madre dirigente bancaria che in casa gestiva tutto il denaro senza mai spiegarle come funzionava e un padre manager che con i soldi aveva un ottimo rapporto pur non essendo nato ricco - cresce con un mandato chiaro: le cose bisogna guadagnarsele.Dopo la laurea in Scienze Politiche entra in un'agenzia delle Nazioni Unite, poi passa al marketing. Giovane, brava, fa carriera in fretta. Fino al 2001, quando la multinazionale per cui lavora chiude la sede italiana. Così, apre la partita Iva e diventa freelance. Lo vive male, almeno all'inizio: «Era un fallimento personale. Mi sentivo sprecata». Ciò che Veronica capirà solo molti anni più tardi è di essere stata, suo malgrado, un'apripista. Una cavia della precarizzazione del lavoro qualificato, che ha anticipato di vent'anni quello che sarebbe diventato la normalità per tutti.Incinta del secondo figlio perde il committente principale. A Milano, metà anni Duemila, essere una mamma a casa significa sentirsi sole e invisibili. Una sera, dopo l'ennesima festa in cui si è sentita sottovalutata, apre un blog. È il 2008. Internet è ancora un posto in cui si scrive. Veronica diventa quella che lei stessa chiama «un'influencer della parola»: radio, convegni, un romanzo, riconoscimento. I soldi che entrano non sono molti, ma a Veronica non importa: è una mamma a tempo pieno con una quotidianità complicata e un marito in viaggio «trecento giorni l'anno».Poi arriva Instagram. Le aziende smettono di guardare ai contenuti e iniziano a contare i follower e per restare in gioco bisogna smettere di scrivere e cominciare a mostrarsi. Veronica, però, decide di fermarsi lì: «I miei figli erano più biondi dei figli della Ferragni, avrei potuto monetizzarli molto bene. E non ho mai voluto farlo». Una scelta che descrive come un lutto, ma anche come la più consapevole della sua vita professionale.Rimasta di nuovo senza lavoro, trova una porta laterale: insegnare italiano agli stranieri online. Mette insieme tutti i pezzi delle vite precedenti, e questa volta al riconoscimento del lavoro chiede anche quello economico: «Oggi i soldi sono molto più importanti, perché voglio dare valore a me stessa e alle mie competenze. Quando sei libera dai figli hai bisogno di vederti come persona indipendente. Per te stessa. Non moglie di, non mamma di. Sei tu che vendi te stessa. E quello che mi gratifica tanto è che, in un momento storico in cui puoi imparare la lingua con app e intelligenza artificiale, loro comprano me».
  • Episodio 130. Ho detto sì a un mutuo da 800 mila euro senza sapere cosa stavo firmando 15.04.2026 16min
    Erika ha 43 anni, vive sui Colli Euganei e fa la cameriera in una trattoria. Viene da una famiglia di operai dove il denaro si guadagnava lavorando duramente, e dove a undici anni i suoi genitori avevano fatto un salto: insieme a due soci avevano preso in gestione una pizzeria sui colli. Per lei era stata un'avventura, e presto anche un piccolo apprendistato: lavoretti nel locale, qualche soldo in tasca, l'abitudine a mettere da parte per realizzare i suoi desideri.Poi, a ventitré anni, qualcosa si rompe. I proprietari dell'immobile alzano l'affitto in modo insostenibile e i suoi decidono di andarsene e comprare un ristorante più grande, con un mutuo trentennale. Erika lo scopre un mercoledì qualsiasi: «C'eravamo io e mio fratello che guardavamo i Simpson, e mia mamma dice: "Abbiamo comprato quel ristorante. Tu Erika, domani vieni con noi dal notaio a firmare, sei parte della società"». Solo molto dopo capirà la vera ragione di quella firma: la banca aveva consigliato ai suoi di inserire la figlia nella società, per facilitare il mutuo. «Ero socia per comodità burocratica. Delle decisioni non sapevo niente. Ero lì per fare un piacere ai miei genitori». Erika non attribuisce mai ai genitori cattiveria o calcolo. Quei silenzi erano figli di una mancanza più profonda: «Non avevano una conoscenza, una cultura che permettesse loro di capire che bisognava fare dei passaggi, prima di arrivare a quella cosa lì».Arrivano gli anni della crisi, il ristorante non ingrana, il matrimonio dei suoi si sfalda. Erika attinge ai propri risparmi per pagare le bollette, paga di tasca sua il notaio per cedere le quote, ma la banca rifiuta di liberarla. «Avevo questa sensazione: ma cosa stiamo facendo? Che conseguenze avrà tutto questo? Non ne capivo nulla». Erika, oggi, lavora da tredici anni come cameriera in una trattoria sui colli. È in regola, ben pagata, serena. Ma quella vicenda ha lasciato un segno nel modo in cui guarda al denaro. «Non mi sono mai sentita serena di dire: "adesso vado in banca a vedere se mi fanno un mutuo per prendermi un appartamento". Ho sempre avuto la sensazione di stare giocando con cose più grandi di me». Eppure, pian piano, adesso qualcosa di sta muovendo: «Da quando ho scoperto Rame, dove si può parlare di soldi in maniera un po' più trasparente, sto prendendo un po' di coraggio».
  • Episodio 129. Non ho paura di fallire perché non ho mai avuto paura dei soldi. 31.03.2026 15min
    Andrea Burocco ha 42 anni e fa l'imprenditore. È cresciuto nell'Alto Piemonte, dove i suoi genitori gestivano un ristorante e una pizzeria. Fin da bambino ha respirato il mondo dell'impresa ma ne ha conosciuto anche il lato più duro: quando la famiglia si trasferisce nel biellese, alla fine degli anni Novanta, la crisi del distretto tessile travolge l'intera zona. «In alcuni casi non si riusciva ad arrivare a fine mese. Bisognava capire dove mettere il soldo: coprire una spesa significava scoprirne un'altra». Eppure quelle difficoltà non si trasformano in paura. Andrea cresce con l'idea che se i suoi ce l'hanno fatta - due figli, una famiglia unita, un sacco di esperienze - allora il denaro non è poi così decisivo.Si laurea in Ingegneria al Politecnico di Torino nel 2008, ma il percorso classico di inserimento lavorativo post-laurea non fa per lui. Partecipa a una Start-up Competition quasi per caso e vince: lì, fonda una start-up di e-commerce che in pochi anni cresce da tre soci a trentacinque persone. Nel 2015 arriva la prima exit: un milione e mezzo di euro complessivi. «Non è una cifra con cui compri cinque appartamenti, però partendo da zero ti dà un po' di liquidità, un po' di tranquillità». La prima cosa che fa è aiutare i genitori a uscire dall'attività di ristorazione. «È venuto tutto molto naturale, in modo familiare. Tanto ho ricevuto e un po' ho ridato».Per un paio di anni, Andrea resta nella startup come dipendente dell'azienda che li ha acquisiti. Ha trentatre anni, un lavoro stabile e un percorso avviato. È il tipo di situazione in cui la maggior parte delle persone sceglierebbe di restare, perché funziona. Lui invece si ascolta. E decide di spendere parte dei soldi guadagnati con la vendita per girare il mondo. Sei mesi tra Sud America, Stati Uniti, Giappone e Cina. Al rientro fonda Fluida, una piattaforma per la gestione delle risorse umane. I soldi finiscono in fretta, la rottura di cassa si avvicina, ma la paura non arriva. «Se fallisco, farò qualcos'altro. In qualche modo ce la si fa». Dopo quindici mesi il 51% di Fluida viene acquisito. Con i soldi della seconda exit, Andrea compra una baita ad Alagna e la ristruttura a consumo zero.C'è un filo che attraversa tutta la sua storia: per costruire qualcosa, devi accettare di lasciare qualcos'altro indietro. «Il guadagno immediato a volte è il segnale di situazioni più facili o stabili rispetto all'imprenditoria, dove a volte devi lasciare qualcosa indietro per avere qualcosa in avanti».
  • Episodio 128. Più diventavo indipendente, più mi sembrava di tradire la mia famiglia 24.03.2026 14min
    Maddalena ha 26 anni e oggi vive sulla costa marchigiana. È cresciuta però nell’entroterra, in una famiglia legata a un’azienda agricola, dove tutto ruotava attorno a un modello tradizionale e fortemente patriarcale. «Si viveva tutti insieme», racconta. Al centro c’era il nonno, figura di riferimento e autorità indiscussa: ogni decisione passava da lui, senza essere mai messa in discussione, nemmeno dal padre di Maddalena. La madre muore quando Maddalena ha sei anni, e l'infanzia che segue è fatta di confini stretti: niente sport, niente attività extrascolastiche, pochi amici e un'unica routine: scuola, compiti, faccende domestiche con la nonna. Per lei, figlia femmina, il copione sembrava già scritto fin dall'inizio: «Quello che ho percepito è stato che ero una donna, e quindi dovevo pensare non tanto a studiare o a lavorare, ma soprattutto a trovarmi un bravo ragazzo, farmi una famiglia, fare figli, soprattutto maschi».Quando decide di iscriversi a Economia ad Ancona, la famiglia si oppone. Non per motivi economici, ma perché vivere lontano significa sottrarsi al controllo. L'unico a lasciarla andare è il nonno, e Maddalena parte. All'università ogni euro ricevuto da casa arriva insieme al senso di colpa, e Maddalena cerca di finire gli esami il più in fretta possibile per tornare ad aiutare in azienda durante l'estate. Al terzo anno, grazie a un tirocinio da cinquecento euro al mese, assapora per la prima volta l'indipendenza economica: «Ero molto contenta e orgogliosa di avercela fatta con le mie forze». Ma più conquista autonomia, più sente il bisogno di nasconderla: non dice quanto guadagna e minimizza i lavoretti che fa. Il padre spera che, una volta laureata, torni a casa. Dopo la magistrale, invece, Maddalena trova un posto in banca con un contratto a tempo indeterminato. Oggi guadagna duemila euro al mese e ne risparmia almeno la metà, con una gestione scientifica tra conti deposito, obbligazioni e un Excel dove traccia ogni singola spesa. Eppure spendere per sé resta il nodo più difficile da sciogliere: «Ogni volta che faccio una spesa un po' futile ci penso duecento volte e poi a volte mi sento in colpa. Da una parte li ho guadagnati, sono i miei, li posso spendere… però dall'altra mi sembra sempre di fare troppo». Per Maddalena i soldi non sono mai stati solo soldi. Sono stati il terreno su cui si è giocata la distanza dalla famiglia, il permesso di esistere fuori da un ruolo prestabilito, la prova concreta che un'altra vita era possibile. E oggi sono anche lo strumento con cui immagina il futuro. «Mi piacerebbe un giorno, spero non troppo lontano, comprare una casa. Potermi permettere di cambiare lavoro, se lo volessi. Magari aprire un'attività mia. Sentirmi indipendente: non solo nei confronti di mio padre o della mia famiglia, ma rispetto a qualsiasi cosa possa succedere».
  • Episodio 127. Oggi sono davvero un libero professionista. Libero di non dover sempre produrre 17.03.2026 16min
    Antonio è uno psicoterapeuta di 45 anni che vive a Firenze. Cresciuto in Basilicata in una famiglia di commercianti che lavoravano senza sosta, impara fin da giovanissimo il significato del sacrificio. «Era la parola chiave: solo facendo sacrifici si potevano ottenere le cose». I soldi non erano mai qualcosa da godere, ma da rimettere in circolo: «Sacrificio, risparmio, investimento: il ciclo era sempre quello».Questa educazione lo condiziona anche nelle scelte future. Dopo l’università a Padova e la scuola di specializzazione a Reggio Calabria si costruisce lentamente una stabilità economica con la libera professione. La sua base è Lauria, ma ogni settimana percorre oltre 800 chilometri per lavorare nei diversi studi a cui si appoggia. «C’era un periodo in cui facevo Cosenza il lunedì, Salerno il mercoledì, Napoli il giovedì e a volte Potenza il sabato. Viaggi infiniti, autostrade chiuse, rientri la sera tardi. A un certo punto ti chiedi: ne vale davvero la pena?»Il guadagno arriva, ma il ritmo diventa insostenibile e il timore del futuro gli impedisce di godere dei risultati. «A un certo punto mi sono accorto che stavo semplicemente replicando il modello dei miei genitori: lavorare sempre, lavorare per guadagnare di più».  La svolta arriva con il trasferimento a Firenze, l’incontro con la sua compagna, psicoterapeuta come lui, e la nascita della figlia. Sono soli, senza appoggi, senza nonni. E così decidono di lavorare due giorni e mezzo a testa, dandosi il cambio nell'attività di cura. Non hanno solo ridotto le ore, ma hanno iniziato a lavorare in modo diverso, mettendo dei limiti: «Superare i 20 pazienti sarebbe economicamente vantaggioso, ma mentalmente insostenibile. Ho capito che non basta un obiettivo economico: serve anche un confine». È così che Antonio trova un nuovo equilibrio, e insieme al modo di lavorare cambia anche il rapporto con il denaro. Oggi, quella identità professionale scelta anni prima ha finalmente un senso pieno: «“Libero professionista” significa libertà. Libertà di scegliere, ma anche di non essere sempre obbligato a produrre».
  • Rituali 21. Cathy La Torre: «Ho lavato i piatti fino a trentadue anni per fare l’avvocata che volevo» 11.03.2026 18min
    Cathy La Torre è un’avvocata e attivista per i diritti civili, tra le più note in Europa per il suo impegno contro le discriminazioni. Ma prima di diventare un punto di riferimento per tante persone che cercano giustizia, è stata una ragazza cresciuta in Sicilia in una famiglia segnata dai debiti e da un forte squilibrio di potere economico. Il padre, impiegato comunale, gestiva tutto il denaro; la madre non lavorava, perché lui non voleva. Cathy oggi chiama quella situazione con un nome preciso: violenza economica.È anche da lì che nasce la sua consapevolezza del legame tra soldi e libertà. Quando lei e la sorella partono per l’università, la madre inizia finalmente a lavorare. E lei l'accompagna in banca per aprire il suo primo conto corrente: «Le ho detto: perché papà deve avere un conto corrente suo e tu no?». Per Cathy il denaro non è mai stato solo una questione privata: è sempre stato uno strumento di autonomia, soprattutto per le donne. Lei stessa lascia la Sicilia grazie a una borsa di studio: nove milioni di lire all’anno che le permettono di studiare a Bologna e mantenersi. «Arrivavo al 20 del mese che mangiavo solo scatolette di tonno». Eppure proprio quell’indipendenza economica crea tensioni in famiglia: quando ottiene la borsa di studio, il padre la caccia di casa per un anno. «Il fatto che non potesse esercitare su di me il potere economico lo faceva uscire di testa».Gli inizi della carriera non sono più facili. Di giorno pratica in uno studio legale, gratis; di sera lavora in un ristorante per mantenersi: «Ho lavato piatti fino a 32 anni». Lo fa per poter scegliere la strada che sente giusta: difendere persone marginalizzate, spesso senza grandi risorse economiche. Un impegno che le vale anche il premio come miglior avvocata pro bono d’Europa. Per rendere sostenibile questo lavoro, Cathy trasforma lo studio legale in un’impresa con due anime: una profit, che lavora con le aziende su temi di sostenibilità e diritti, e una dedicata alle cause sociali. Un equilibrio che le permette di restare fedele ai suoi valori. Il rapporto personale con il denaro, invece, resta distaccato. «Sono la persona più disinteressata ai soldi che conosca». Non ama il lusso né accumulare beni: quando compra una casa in campagna, la intesta direttamente ai nipoti, di cui è diventata genitore intenzionale dopo la morte del cognato. «Quando non ci sarò più, spero che il mio lascito sia fatto di diritti».Il suo unico rituale finanziario è semplice e simbolico: ogni settimana mette da parte qualche soldo in un salvadanaio chiamato “viaggi”. «Così penso che, se un giorno voglio partire all’improvviso, posso farlo». 
  • Episodio 126. Negoziare lo stipendio non è mai solo una questione economica 03.03.2026 14min
    Clara ha 31 anni, è designer e lavora in consulenza a Milano. Figlia di due dipendenti pubblici, cresce in una famiglia dove il risparmio è parte integrante della quotidianità: «Ho avuto nonni e genitori che risparmiavano molto, e credo di aver sviluppato una capacità quasi innata in questo». Dopo il Liceo Scientifico, si iscrive al Politecnico di Milano e, fin dai vent’anni, sua madre la incoraggia a cercare un lavoro anche durante gli anni universitari. Con quei soldi, però, Clara non si concede grandi sfizi: «Avevo ereditato da mia madre una gestione molto rigida del denaro. Quindi, quei soldi li ho principalmente risparmiati».Al termine dell’università Clara entra subito nel mondo della consulenza. Dopo un periodo di stage, inizia a lavorare a tempo pieno e, nel giro di un anno, raggiunge l’indipendenza economica necessaria per lasciare la casa familiare e andare a vivere con il fidanzato. Per Clara, che non ha mai avuto difficoltà a risparmiare, la vera sfida diventa imparare a spendere: «Solo con il tempo ho capito che se mi concedevo qualcosa che mia madre non si sarebbe mai permessa, non stavo scialacquando… stavo semplicemente investendo in esperienze che rendono la vita più soddisfacente».In pochissimo tempo, il suo stipendio supera quello dei genitori e della sua cerchia di amici: «All’inizio c’è stato un senso di colpa, ma piano piano ho trovato il modo di affrontarlo». Oggi, Clara ha una RAL di 40.000 euro; quando è entrata sei anni fa, era di 27.000. La distanza tra queste cifre è il frutto di una serie di contrattazioni affrontate negli anni: «Quello che mi fa davvero arrabbiare è dover sempre sollecitare, dover forzare la mano, mentre il mio contributo all’azienda non viene riconosciuto naturalmente». Per lei, infatti, il salario non è solo un numerino sulla busta paga, ma una legittimazione simbolica, ancora più importante quando manca il riconoscimento quotidiano del proprio lavoro.Oggi Clara è incinta e ha accettato un nuovo lavoro con una RAL di 47.000 euro e la copertura totale della maternità: «L’idea di andare in maternità senza ricevere alcun compenso, nonostante gli sforzi fatti, mi ha fatto riflettere… Così mi sono detta: va bene, vado via». Sul piano personale, la futura maternità la spinge anche a ricalcolare i budget familiari, ma adesso Clara sa bene che non tutto si può programmare: «Come affronterò questo prossimo anno? Nell'incompleta incertezza e improvvisazione, nel senso che cerco di fidarmi della scelta che ho preso, per quanto sia inconsapevole, e poi improvviserò».

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